Phoenix Criminal Lawyer

SET DESIGN: LA SCENA OGGI

Pubblicato il 9 febbraio 2012 da Daniele.
Categorie: News.

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Modelli in ascesa, modelli in discesa

Pubblicato il 16 dicembre 2011 da Daniele.
Categorie: Scritti.

Premessa

Ultimamente sono stato combattuto interiormente da una serie di sensazioni di natura profondamente diversa, ma accomunate da un stesso senso di vuoto deludente. Ho passato una vita all’insegna della prassi artistica e teatrale, costantemente alla ricerca di soluzioni esteticamente e visivamente ottimali rispetto alle necessità e disponibilità sia di tempo (per ottenerle) sia di costi (il più possibile contenuti). L’efficacia delle soluzioni che si possono creare ha allenato la mia mente a puntare direttamente a questo obbiettivo, attraverso scorciatoie logiche, semplici, chiare, possibili e quindi praticabili, non sempre peraltro percorribili, anche con una estrema applicazione ed impegno. Ho soprattutto capito nel tempo – ma molto presto – che come “artista”, inteso nel termine tradizionalmente riconosciuto, non avevo niente da dire e mi sono gettato a capofitto nella cosiddetta arte applicata (non so se pur sempre arte, dilemma per me irrilevante). Questo sul versante della mia attività professionale. Sul versante invece dell’insegnamento e della divulgazione, mi sono sempre sforzato di essere soprattutto chiaro, in primis, in tutto quello che esterno (lezioni, conferenze, articoli, spettacoli), ma anche su quello che poi pretendo quando sono chiamato a dare un giudizio (rappresentato dall’esame) sul singolo studente. Perché attraverso la mia esperienza di docente ho capito che la chiarezza (e la fatica e lo studio per ottenerla) è un’arma fondamentale nella comunicazione didattica (e non), la quale deve costantemente lottare invece con una serie di sovrastrutture basate su modelli diffusi e negativi che rendono assai difficile mantenere un livello “alto” di logica e di chiara comprensibilità. Soprattutto quando si tratta di argomenti – chiamiamoli – artistici, i modelli assumono un significato importantissimo, essenziale. Tutto ciò – ho capito, riferendomi ai modelli – ha profondamente condizionato soprattutto la seconda parte della mia esistenza, l’età della maturità. Spero nelle prossime righe di arrivare dipanare una serie di pensieri e quesiti che sempre più spesso mi capita di pormi.

Che succede?

1.0 – Letteratura. E’ ormai da qualche anno – la mia scarsa memoria non è in grado di individuarne la quantità – che mi succedono fenomeni strani, anche se ultimamente credo di averne individuato la causa. Dopo un’adolescenza ed una maturità che mi hanno visto divorare qualsiasi tipo di testo narrato, mi capita, per esempio, di tentare di leggere ancora qualche libro di narrativa, anche scritto bene, di discreto fascino, ma purtroppo di non riuscire ad andare oltre la quarantina di pagine… Per contro apprezzo sempre di più argomenti e stili giornalistici soffermandomi sempre più spesso sulle “lettere al direttore”, più fresche, dirette, “vere” e sulla bellezza di uno stile di scrittura immediato, ma non semplicistico, efficace ed esaustivo al tempo stesso su cui i miei occhi e la mia mente non si stancano, ma scorrono leggeri e desiderosi soprattutto di conoscere e di capire la realtà e la complessa fenomenologia che ne è alla base. Tutto farebbe pensare ad una pigrizia letteraria incipiente. Ma quando mi trovo – abbastanza spesso – a leggere un saggio su un argomento che mi interessa particolarmente riesco a “divorarlo” in tempi accettabili. Credo sia essenzialmente una questione di rapporto fra stile di scrittura (forma) – vs. – contenuto (sostanza) che mi attira. Ed ho finito col capire che essenzialmente le “storie” non mi interessano (più); la poesia – per sua natura sintesi – un po’ (di più)… Ho soprattutto capito il fastidio che esercita il loro potere di distrarmi dalla (più interessante) realtà, dal pensiero e dalle sue proprietà e potenzialità evolutive. Oppure può darsi che la realtà abbia ormai superato qualsiasi livello e modello di invenzione?. Scendendo di un gradino noto che un numero sempre più crescente di persone si dedica alla scrittura ed alla poesia. In virtù di cosa? E soprattutto, mi chiedo, è un bene?

1.1 – Arte.

Riesco sempre meno a sopportare l’arte e gli artisti – parlo esclusivamente della contemporaneità -. Non amo particolarmente chi si autodefinisce artista: lo amo ancor meno quando – nella maggior parte dei casi – vedo il materiale che produce. Diverse sono le sensazioni che ho quando vedo – sempre meno spesso – qualche mostra, anche di una certa importanza. Avevo sempre vissuto all’insegna del motto “vedere il più possibile” soprattutto nel campo dell’arte. Ora sempre più spesso avverto un disagio, vicino al disinteresse sia sul piano emotivo (importante) sia sul piano della pura curiosità. Le opere contemporanee mi emozionano e mi attraggono sempre meno e mi chiedo: è colpa mia e quindi di una mia metamorfosi mentale nel tempo (vecchiaia) o è proprio colpa dello scarso interesse che suscita in generale l’arte contemporanea? Finisco per vedere, in opere considerate “nuove” o “novità”, delle assonanze col passato, una sorta di “déjà vu” e tutto questo finisce per annoiarmi a morte. (Sarò mica snob…??? Non credo!). Ci sono, ma sono sempre meno gli esempi che possano far pensare ad una evoluzione, ad un nuovo modo di vedere e di sentire la realtà che ci circonda, ad una nuova sensibilità verso i numerosi fenomeni che ci investono. Abbiamo parlato di arte e di artisti affermati. Ma, scendendo di un piano – sotto un profilo peraltro discutibile di importanza -, guardo le opere dei dilettanti e cioè di coloro che lo fanno per passatempo o per “passione” e che solitamente hanno poca preparazione sia sul piano tecnico che su quello dei contenuti. Procedono molto soprattutto per emulazione (dei cosiddetti grandi…) ma lo fanno col desiderio naïf di essere considerati già a tutti gli effetti “artisti”: finiscono per emularne anche i difetti… Anche qui avverto disagio e noia, per essere definitivamente sinceri. E mi chiedo il perché naturalmente. Non è forse giusto che chiunque ne abbia il desiderio (sincero e legittimo) non possa provare a dipingere, ma anche scrivere, recitare ecc.? E’ una costante nei miei pensieri, ma allora perché avverto un senso di disagio che rasenta il rifiuto? La cosa mi preoccupa…

1.3 – Spettacolo.

I quesiti descritti in precedenza trovano riscontro anche in campo teatrale, campo in cui ho sempre gravitato professionalmente. Vado a teatro e vedo…vedo regie che tentano di imitare i grandi registi, spesso senza nessuna ricerca vera di nuovi linguaggi espressivi (tranne pochissimi esempi), senza averne né i mezzi economici, né quelli intellettuali. Vedo, per contro, registi – considerati grandi – che aspirano paradossalmente ad un livello amatoriale, sgrammaticato, un po’ confusionario, come nuova frontiera di studio e di ricerca linguistica, ma dopo esattamente dieci minuti in cui sono seduto ad aspettare che succeda qualcosa in palcoscenico, mi alzo e me ne vado (perché un’accozzaglia di urla, rumori e recitazioni da pollaio non conducono a nulla di comprensibile e soprattutto senza una vera dose di “spettacolo” nell’accezione più pura del termine…). Tutto sembra inglobarsi in una sorta di polpettone indistinguibile in cui manca soprattutto l’esplicitazione, la chiarezza, il messaggio indirizzato, toccante, senza sovrastrutture e complicazioni, comprensibile, diretto, le sole qualità rimaste quale patrimonio esclusivo del teatro. E poi? E poi, critiche acefale, paroloni, invenzioni linguistiche a supporto… del nulla. Per contro le poche, vere ricerche in campo teatrale non si possono vedere: o sono all’estero o non sono affatto pubblicizzate o sono addirittura boicottate (ideologicamente e finanziariamente). Sembra quasi sia diventato facile fare teatro, alla portata di tutti. D’altronde la media delle trasmissioni-concorso televisive sempre più frequenti inducono giovani e meno giovani a pensare che il successo sia lì, a portata di mano, anche senza un grande talento e senza una dose eccessiva di studio.

1.4 – Musica

C’è un campo artistico in cui è più difficile, credo, “barare”: la musica. Suonare uno strumento, comporre, cantare leggendo la musica, sono tutte operazioni che richiedono un percorso disciplinare obbligatorio: bisogna conoscere la teoria del solfeggio, impadronirsi di uno strumento attraverso l’esercizio costante e molti altri studi e perfezionamenti ancora. Non c’è altro modo…Ma la musica contemporanea (“pop” che sta per popolare) – quella che si sente soprattutto dentro le cuffiette degli adolescenti – ne può anche fare a meno. Un campionatore, una base ritmica, un programma di sound-editing ed altre diavolerie elettroniche mixate ad un discreto “buon gusto” musicale possono creare delle “compilations” accettabilmente gradevoli (anche se mono-tone). Sembra anche questo estremamente facile ed accessibile. Anche se con risultati di dubbia qualità compositiva.

Conclusioni

Perché, allora, questa specie di ulteriore lamento in un mondo di sempre più frequenti e scontati lamenti? Considero pericolosa la china che stiamo percorrendo per una serie di conclusioni a cui sono giunto. Il raggiungimento di certi obbiettivi “facili” o facilmente (o falsamente) accessibili inducono a pensare che molta parte della cosiddetta Arte sia alla portata di chiunque e soprattutto con molta semplicità e poco sforzo. Non credo sia così, non credo sia possibile, non per me almeno. Dobbiamo soprattutto soffermarci a pensare al fatto che quando produciamo o semplicemente copiamo qualcosa, il nostro prodotto assume – volenti o nolenti – un’etichetta che porterà a confronti, a comparazioni, ad equazioni, a valutazioni proporzionali. Mi spiego meglio: quando una mente giovane, semplice o soltanto impreparata, primitiva, vede un prodotto (considerato) artistico o vi si accosta, di qualsiasi livello sia, crede che questo sia un “modello” possibile di Arte (con la A maiuscola) a cui fare riferimento. Se il modello è o soltanto sembra “facile”, diventa inevitabilmente un punto di rimando con la semplice e lineare proporzione: se questa è arte, anch’io ne posso produrre. E poi successivamente, semplificando: tutta l’arte è quindi accessibile a tutti. Questa specie di “accessibilità” diffusa, unita ad un senso malinteso di totale “libertà espressiva” ha modo di provocare danni, secondo me, enormi. E’ figlia dell’istintivo “mi piace: non so perché ma mi piace” e basta. Non è figlia del “mi piace perché….”. Esclude qualsiasi ricerca e curiosità sulla motivazione tecnica, storica, sociale, culturale. Esclude l’acquisizione consapevole e quindi l’evoluzione diffusa, capillare del gusto. E più i modelli sono “bassi”, più seguaci hanno in questa perversa logica, proprio perché hanno un alto grado di “accessibilità”: come si suol dire (televisivamente), lo “share” è altissimo. Diventa una corsa verso il basso, non un’evoluzione, ma un’involuzione: l’esatto contrario di quello che dovrebbe succedere e che è successo nei periodi storici più “felici” (vedi alla voce “Rinascimento”).

dp

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CONTEMPORARY SCENOGRAPHY: PERCHE’ UN NUOVO GIORNALE?

Pubblicato il 15 dicembre 2011 da Daniele.
Categorie: News.

Intervento di Daniele Paolin alla presentazione della rivista – Venezia 03/12/2011

Sono qui oggi a Venezia a parlare di scenografia a quasi sedici anni dal rogo della Fenice, ancora una volta risorta dalle ceneri, anche se con un po’ di ritardo. Sono qui soltanto a “parlare” di scenografia a Venezia. Sedici anni fa “facevo” scenografia a Venezia, alla Fenice. Con la scomparsa del vecchio teatro è scomparso con lui l’atelier, in cui si realizzavano gli allestimenti, situato nel cosiddetto “soffittone”, un grande e meraviglioso sottotetto, sopra la platea e le sale apollinee in cui si sono dipinte scene e fondali per più di 160 anni. C’era stato un pezzo di storia della scenografia in quel sottotetto: vi avevano dipinto Giuseppe Borsato, Giuseppe e Pietro Bertoja, Francesco Bagnara e tanti altri noti e meno noti scenografi che avevano calpestato quelle vecchie tavole andate in fumo ed ora ricostruite. Non so se questa Fenice ricostruita sia migliore di quella precedente, ma quando ho avuto modo di visitarla, dopo la sua ricostruzione, ho voluto risalire ancora una volta quelle stesse scale che così tante volte avevo percorso nei dodici anni in cui vi ho prestato la mia opera; arrivato lassù ho avuto un senso di di vuoto misto a disagio: era sicuramente tutto diverso, nuovo, pulito, moderno, funzionale…ma non c’era nessun segno della storia che quel sottotetto aveva visto per così lungo tempo. A nessuno è venuto in mente di porre almeno una scritta o una foto che ricordasse ciò che si faceva in quel luogo, che ricordasse l’importanza della storia che lo aveva attraversato: nessuno saprà mai che lì si faceva scenografia…e la si è fatta per più di 160 anni. C’è indifferenza, non c’è memoria e individui che non hanno memoria non hanno futuro, come qualcuno diceva.

Ovviamente spero che ci sia un futuro per la scenografia e soprattutto per la Fenice che continuo ad amare, ma se questa è l’attenzione del presente proprio nei luoghi stessi in cui si faceva spettacolo, si può facilmente immaginare l”interesse che quest’arte suscita in tutti gli altri settori.

Continuo ancora oggi, amaramente, a stupirmi nel leggere varie cronache e critiche di spettacoli teatrali di ogni tipo in giornali e settimanali in cui mai si riesce a capire chi sia lo scenografo che ne cura la parte visiva. Eppure è uno degli autori della rappresentazione. Ma al di là del nome, non si riesce a comprendere, quasi sempre, come fosse visivamente lo spettacolo e soprattutto, visto che comunque sempre compare il nome del regista, si è indotti a pensare che questi abbia firmato anche le scene, come d’altronde sempre più spesso accade.

La mia non vuole essere una sterile lamentela ma credo che sia estremamente sottovalutata l’importanza della scenografia nel panorama dello spettacolo soprattutto in Italia. Poche pubblicazioni, pochi manuali, poche immagini, poca storia, poca cronaca.

E’ per questo motivo che ho sempre collaborato volentieri con le iniziative editoriali che Maria Harman e Paolo Felici in questi anni hanno tanto puntigliosamente quanto faticosamente e solitariamente proposto sul panorama della cultura scenografica del nostro paese approdando alla pubblicazione di questo giornale.

Nasce questa nuova pubblicazione quindi, che si rivolgerà a professionisti, studiosi, addetti ai lavori, ma soprattutto a studenti di questa materia. Studenti di accademie e facoltà universitarie che hanno fatto indubbiamente una scelta difficile, irta di difficoltà, in un periodo in cui oltretutto c’è una flebile disponibilità economica per questo settore dello spettacolo, della produzione teatrale e performativa.

Ma anche la scuola, pur sforzandosi di offrire una corretta e completa formazione, può farlo soltanto in maniera principalmente teorica, data la endemica incapacità di avere rapporti con il mondo della produzione performativa: pochi rapporti con teatri, compagnie, case di produzione, ma anche scuole di regia, scuole di recitazione, accademie di ballo, conservatori che potrebbero rappresentare gli ideali compagni di viaggio nello studio riservato allo spettacolo, come già auspicava negli anni ‘60 lo storico Franco Mancini.

Ma il campo della scenografia si va ampliando oltre quella teatrale, televisiva e cinematografica, includendo eventi, convention, sfilate, mostre, parchi a tema ed altro; e la scuola sembra essere in affanno rispetto alla velocità dell’evoluzione di questa tipologia professionale artistica che vede quasi assente lo studio relativo a questi campi. Evoluzione che è anche e soprattutto tecnica. Ecco: forse uno dei motivi per cui questa materia viene trascurata è proprio questo; si crede erroneamente che il campo della scenografia sia “tecnico” e non “artistico” dimenticando l’importanza etimologica per cui già nel mondo greco l’arte veniva definita col termine di Tekné.

Provengo personalmente da una cultura scenografica tradizionale e classica che si basava principalmente sulla pittura e quindi sulla proposizione illusoria di una realtà evocata sul palcoscenico. Negli anni le nuove tecnologie hanno sorpassato la vecchia scenotecnica sia dal punto di vista più prettamente meccanico che su quello visivo: ai fondali dipinti ed immobili, pur nella loro bellezza e fascino, si sono sostituite proiezioni dinamiche, materiali e luci sempre più sofisticati. Non sono un nostalgico, anche se la tentazione sarebbe enorme data la mia età, ma credo che ogni tecnica faccia il suo tempo, si evolva e che l’invenzione ed il progetto nella scenografia siano in costante sensibile evoluzione e comunque sempre costituiscano il fondamento indispensabile di una rappresentazione di grande fascino.

Poca attenzione e poche risorse, dunque, per questo importante settore dello spettacolo e la delusione nasce anche dal fatto che i pochi investimenti che vengono destinati molto spesso vengono sprecati in allestimenti di dubbio gusto e di scarso appeal spettacolare, vista l’incompetenza nel campo di molta dirigenza che questi investimenti è chiamata a decidere; sembra quasi ci sia poca voglia di rischiare qualche novità o qualche nuovo giovane nome. Prova ne sia il fatto che non si ricordano ultimamente spettacoli “memorabili” quanto quelli di un relativamente recente passato. Noiose e ripetitive coproduzioni di routine abbondano nei palcoscenici italiani ed il numero di nuovi spettacoli e quindi di nuovi allestimenti diminuisce vistosamente e, con questi, qualsiasi tipo di voglia di novità.

Eppure io stesso, pur provenendo dalla tradizione, sono stato testimone attivo e curioso del passaggio progressivo e della trasformazione dalla scenografia tradizionale fatta di praticabili di legno e fondali dipinti all’era digitale fatta di effetti proiettivi straordinari e sostanzialmente ancora più spettacolari ma anche più convenienti dal punto di vista economico.

Il terzo millennio ha visto soprattutto la sperimentazione digitale e proiettiva, unita alla modellazione tridimensionale, raggiungere vette insospettabili. Fiorisce così un nuovo tipo di spettacolo, soprattutto urbano, pubblico, con l’uso di proiezioni dinamiche su grandi superfici architettoniche che personalmente considero lo sviluppo e l’evoluzione più affascinante dal punto di vista scenografico e performativo. A mio avviso è la prosecuzione logica e naturale di una strada storica della scenografia e della scenotecnica (o dell’antico sogno degli scenografi), che inizialmente puntava sulla mutazione di luogo in brevissimo tempo; poi l’illusione della tridimensionalità realistico-illusoria attraverso l’uso della pittura e della prospettiva; ancora successivamente il “realismo meccanico” ha proposto forme, volumi e movimenti reali in una ricostruzione ed una dinamica onirica (architetture “vere” semoventi); poi ancora la realizzazione di piani ideali che, fino ad allora inerti ed apparentemente intoccabili, flettono, si muovono, si inclinano su loro stessi per scoprire altri mondi sotterranei o celesti (come quelli di Damiani); per arrivare infine ad architetture (attraverso il cosiddetto projection mapping 3D) che si muovono, si trasformano, crollano, cambiano materia in una continua, dinamica metamorfosi onirica fino ad oggi impensabile: il tutto con grandezze e proporzioni a dir poco inebrianti. Una sorta di compendio di tutti i desideri che hanno popolato da sempre i sogni e le aspettative di ogni scenografo. Siamo tornati forse a quel magnifico momento “illusorio” tridimensionale e spaziale che della scenografia barocca è stato l’artificio più spettacolare?

la rivista

Architectural mapping della Chiesa Santa Maria di Provenzano – INSYNCHLAB

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Normandia e Bretagna

Pubblicato il 29 settembre 2011 da Daniele.
Categorie: Foto Gallery, News.

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Come non essere d’accordo?

Pubblicato il 20 luglio 2011 da Daniele.
Categorie: News.

La Repubblica

IL TEATRO ALLA RIBALTA SU IL SIPARIO

16 luglio 2011 — pagina 33-34-35 sezione: R2

Lo spettacolo dell’anno è stato l’ occupazione del Valle. Una maratona teatrale che va avanti da un mese, con duecento artisti sul palco, decine di migliaia di spettatori, recensioni sulle pagine e i siti del mondo, dal New York Times a Libération. Un sogno di mezza estate che ha trasformato il più antico teatro di Roma nella casa della cultura italiana, dove sono passati davvero tutti, in un laboratorio del futuro e finalmente in una notizia da prima pagina. Perché il problema o il luogo comune intorno al teatro è che non fa notizia, è troppo vecchio e ormai destinato a morire. Da anni, decenni. La morte del teatro va in scena, con gran successo, da quasi un secolo. Eppure resiste. Anzi rinasce. Mischia gli stili, i linguaggi, torna alla parola, usa la danza, le installazioni, i video, combina le arti e i corpi. Un mese fa il New York Times ha definito la consegna del Tony Award – il massimo riconoscimento del teatro americano – la “vera cerimonia degli Oscar”. Perché hanno più prestigio, perché innovano davvero. Tanto da diventare un premio che nobilita altre carriere. Infatti negli ultimi anni li hanno vinti anche star del cinema: Catherine Zeta-Jones, Denzel Washington o Scarlett Johansson, che spesso preferiscono Broadway. C’ è chi dirige teatri e compagnie, come Kevin Spacey e Cate Blanchett e registi che fanno avanti e indietro tra teatro e set. Sam Mendes, Oscar per American Beauty, ha fatto esordire sul palco Nicole Kidman. Persino la televisione ha bisogno del teatro: la serie di successo Glee con i suoi numeri musicali aggiorna Saranno Famosi. Così il teatro sta tornando ad essere un luogo culturale, ricercato, utilizzato come modello anche nel mainstream. Poi ci sono i grandi festival internazionali. Come ad Avignone (fino al 26 luglio), laboratorio di sperimentazioni e di classici. Da Strindberg a Genet fino alle nuove stelle Vincent Macaigne, che mischia tragedia greca e universo grunge,o la drammaturga spagnola Angélica Liddell. Eppure fino a poco tempo fa le luci sembravano spente, nell’eterna cronaca di una morte annunciata. Annunciata per la prima volta proprio al Valle, dove esordì la battuta che ha cambiato la scena del Novecento: «Chi è là in fondo?» «Siamo sei personaggi in cerca d’ autore». Il teatro doveva morire a ogni nuova invenzione del comunicare, la stampa, la radio, il cinema, la televisione. Fino a che non è arrivata l’ ultima, Internet, a rovesciare tutti i termini della questione. Nel mondo virtuale lo spettacolo dal vivo è l’unico a non patire la riproducibilità tecnica e il cannibalismo della rete,a non poter essere «scaricato» come il resto. Quindi ormai sappiamo che i nostri figli o nipoti non vedranno più una copia di giornale, una sala di cinema, una radio e un televisore, se non in un museo. Ma di sicuro prenderanno posto in un teatro per assistere a una rappresentazione dell’ultimo testo di Shakespeare, o di Sofocle, come si fa da tremila anni. Le facce giovani degli occupanti e degli spettatori del Valle di questo mese sono un segnale, fra i molti. La sottovalutazione sistematica del mondo del teatro e dello spettacolo in generale è stato in questi anni in Italia un tratto costante, quasi ideologico. Per la retorica dei politici al potere il teatro è il più inutile degli enti, uno spreco di danaro, un luogo di fannulloni mantenuti. Senza contare che in assoluto «con la cultura non si mangia», come dicono i vari Tremonti o Brunetta, in questo d’accordo. Il teatro non è per il popolo, ma per le insopportabili élite sinistrorse. Lo spettacolo non è industria, ma carrozzone. Ora, da dove vogliamo cominciare? Il teatro impopolare. Qual è lo spettacolo popolare in Italia? Naturalmente, il calcio. L’ossessione nazionale. Ebbene, nel 2010 ai botteghini teatrali per prosa, musica, lirica e balletto, si sono venduti 22 milioni 864 mila biglietti, 700 mila più del calcio. La sola prosa ha venduto 14 milioni 605 biglietti. La crescita degli spettacoli dal vivo è stata del 3,51, un mezzo boom se si considera che il 2010 è stato l’ anno nero dei consumi in ogni settore, dall’alimentare ai libri. Secondo luogo comune: non si tratta di un’ industria, non produce, non crea lavoro e guadagno. Qual è la grande industria italiana? Ormai non rimane che l’ automobile. L’ industria dello spettacolo nazionale ha lo stesso numero di lavoratori, 250 mila. La differenza è che lo spettacolo crea nuovi posti e l’automobile ne perde, visto che non è possibile de localizzare le fabbriche teatrali. E questo nonostante i tagli alla cultura abbiano fatto perdere soltanto nell’ultimo anno 150 mila ore di lavoro nel settore. L’ auto è un prodotto maturo, se non decotto, e la cultura aumenta ogni anno la redditività: per ogni euro investito ne tornano cinque. Alla luce di queste poche cifre, proviamo a confrontare quanto spazio sui media ha la stagione calcistica e quanto la stagione teatrale, oppure quanti aiuti di Stato sono piovuti negli ultimi anni sulla Fiat e quanti ne hanno ricevuti cinema e teatro. Intendiamoci, gli sprechi esistono. Nessuno ha davvero voglia di riesumare l’ Eti, l’unico ente teatrale pubblico soppresso dall’ultima finanziaria, così com’era, con tutte le pratiche clientelari. Nessuno può negare certi aspetti da baraccone assistito degli enti lirici. Prima di ripristinare il fondo per lo spettacolo, sarà bene riflettere sui criteri di gestione dei teatri stabili italiani, che da Bolzano a Palermo sono in mano da decenni agli stessi staff di dirigenti, una piccola casta. In definitiva, i veri teatri «occupati» d’ Italia, altro che il Valle. Non è neppure un caso che il teatro italiano capace di conquistare il mondo negli ultimi decenni sia nato fuori e contro l’istituzione pubblica, dalla palazzina Liberty di Dario Fo alle cantine romane di Carmelo Bene negli anni Settanta fino ai fenomeni dei Novanta, la Raffaello Sanzio o Pippo Delbono. Per un Luca Ronconi o un Mario Martone che continuano a tenere alta la bandiera degli stabili di Milano e Torino sopravvivono troppi burocrati incistati da troppo tempo nelle comode pieghe del parastato spettacolare. La vita teatrale trova altre strade. Ha saputo raccontare l’ Italia con il teatro civile, rendendolo popolare e tragico, e continua a produrre nei nostri anni novità di valore internazionale, da Emma Dante a Babilonia Teatro, Ricci/Forte, Santasangre, Codice Ivan. Senza contare le centinaia di piccoli gruppi cresciuti nelle periferie, nei centri sociali, nei teatri di quartiere, perfino accanto ai centri commerciali. E il pubblico non manca mai. Nella capitale degli affari, Milano, la borsa crolla mai teatri rinascono e tornano a riempirsi, come i rinnovati e bellissimi Parenti e Puccini, il Piccolo della sede storica di via Rovello. A Milano quest’anno si celebrano i cento anni della prima vera istituzione di teatro pubblico, il Teatro dell’Umanitaria, il primo in Europa ricavato da una fabbrica dismessa, al quale i ventenni Strehler e Grassi s’ ispirano nel dopoguerra per il progetto del Piccolo. Quello che manca, rispetto alla gloriosa epoca del Piccolo, è un terreno d’ incontro fra le istituzioni, trasformate in feudi politici, e la rigogliosa creatività del nuovo movimento teatrale. Il sogno di mezza estate del Valle è servito ad aprire una porta fra i due mondi. La proposta degli occupanti di rendere il Valle la casa della drammaturgia nazionale, classici e nuovi autori, come il Royal Court inglese,è un’ occasione da non perdere e un modo di lasciare un segno forte e tangibile delle celebrazioni per l’ unità d’ Italia.

CURZIO MALTESE

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nomen omen

Pubblicato il 1 giugno 2011 da Daniele.
Categorie: News.

or vi sbigottirò…

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contrasti lirici

Pubblicato il 29 marzo 2011 da Daniele.
Categorie: Scritti.

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archetipi e nuove frontiere della tecnica teatrale

Pubblicato il 10 febbraio 2011 da Daniele.
Categorie: News.

TESTO DELL’INTERVENTO

sabato 5 febbraio 2011 ore 10.30
Casa dei Teatri – Teatro di Documenti di Luciano Damiani
Roma

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Progetto Master ATM-MTA (Brera-Politecnico)

Pubblicato il 14 gennaio 2011 da Daniele.
Categorie: Foto Gallery.

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